Tutte le iniziative concrete finalizzate alla restituzione della Zona Falcata alla libera fruizione vanno accolte con soddisfazione, ma le vicende che hanno riguardato questa parte di territorio cittadino, caratterizzate da proclami mai trasformatisi in fatti e da ritardi e lentezze burocratiche ci portano ad osservare con realismo lo stato attuale delle cose. Perché qualsiasi ipotesi progettuale di riqualificazione e rivalorizzazione di quel lembo di terra sfregiato e reso off limits per decenni e decenni ai cittadini messinesi per oscuri interessi, e che può invece divenire un elemento fondamentale per la città futura, deve fare i conti con la necessità ineludibile di operare azioni forti ed incisive di bonifica ambientale.

Perché credo che si abbia il diritto di sapere la reale entità e tipologia dell'inquinamento esistente nella zona, e solo dopo questa “operazione verità”, consistente nei lavori di analisi e caratterizzazioni oggetto dell'accordo fra Autorità Portuale ed Università, si può pensare ad interventi articolati di bonifica. Una bonifica che a detta di molti implicherà importanti interventi finanziari, che gli Enti locali e territoriali non sono in grado di assicurare, e che quindi per essere portati a compimento necessiteranno degli apporti del Governo nazionale e dei Ministeri dell'Ambiente e della Coesione e Sviluppo, od attraverso una legge speciale o con l'individuazione di meccanismi che sono stati adottati in altre realtà territoriali particolarmente inquinate del nostro Paese. Od ancora se tali interventi finanziari non saranno sufficienti e disponibili, si dovrà cercare di intercettare fondi strutturali comunitari, facendo riferimento alle misure apposite messe in campo dalla “tanto odiata” Unione Europea.

Ma mi chiedo, perché non si è pensato di inserire un articolato piano progettuale di bonifica nel recente Masterplan individuandolo come la proposta che dava una identità particolare, o per usare una terminologia da marketing territoriale, un “brand” al cosiddetto Patto per la città metropolitana di Messina? Ed ancora che fine ha fatto la procedura di scioglimento di quell'Ente Autonomo Portuale che per decenni ha costituito l'alibi per lasciare la zona falcata, tranne gli impianti di cantieristica e le aree militari, in completo abbandono?

Credo che siano domande legittime, a cui bisognerà dare delle risposte, affinché i sogni evocati dalle varie e suggestive ipotesi progettuali di rinascita di tutta l'area non rimangano nei cassetti.

Michele Bisignano

Componente Comitato Promotore Labor-Metro