Nel momento in cui con virulenza (in un commento sui social il sig. Andaloro parla addirittura di terrorismo) viene proposto all’attenzione di noi cittadini l’argomento “Celeste” vorrei in qualche modo contribuire a questo dibattito. Quella che, molto incautamente, viene chiamata riqualificazione dello storico impianto di via Oreto vorrebbe farsi apparire come quasi unica salvezza per una società da sempre agonizzante.

La mia personale opinione sul punto è che, in un mondo in cui tutto va avanti e in cui anche le novità rischiano di durare lo spazio di un mattino, non si possa e non si debba mai tornare indietro. Messina ha già un impianto, costato una cifra impressionante ed ultimato dopo oltre 20 anni dalla sua ideazione, nato solo per il calcio e dove sono state scritte pagine di storie almeno altrettanto importanti e coinvolgenti di quelle scaturite al Celeste dove, tra l’altro,in uno strano ed assordante silenzio, sono state apportate di recente modifiche in un modo che non sembra aderente alle norme di legge e a quelle della convenzione che ne doveva regolare l’uso. Il Celeste dal punto di vista calcistico è la preistoria mentre potrebbe essere un asset importante per l’asfittica economia locale e, conseguentemente, per le dissestate finanze comunali che potrebbero, finalmente, liberarsi anche del carico non lieve rappresentato dalle varie utenze.

La municipalità ha esigenza o di mettere a reddito un asset come questo o di cederlo al migliore offerente, non solo dal punto di vista economico ma anche qualitativo, laddove la qualità andrebbe individuata sulle opere da realizzare al servizio della collettività ed all’effettiva riqualificazione di un area posta già ora al centro della città. Chi ha risorse o dice di averle o di potersele procurare potrebbe (ma io dico dovrebbe) ben destinarle, in regime di convenzione o altro, a migliorie sul nuovo stadio “Franco Scoglio” chesul punto, sembra fatto apposta per far sbizzarrire la fantasia di tanti addetti ai lavori. Del resto le società di calcio, ad ogni latitudine, sono realtà cui il pubblico non può più destinare attività assistenziali o rinunciare alla giusta remunerazione per quanto richiesto in uso. Credo ci venga in soccorso l’esempio di Bergamo dove recentemente è stato venduto l’impianto principale “Azzurri d’Italia”.

Lo si è fatto attraverso una gara di evidenza pubblica cui ha partecipato anche l’Albinoleffe, società di Legapro, indebitata per oltre un milione ed ottocentomila euro solo nei confronti della consorella Atalanta, club di serie A, che, alla fine, è riuscita ad aggiudicarsi lo stadio per una cifra vicina agli otto milioni di euro. Ma vi è di più: credo che chiunque tra i privati volesse intrattenere rapporti con le amministrazioni pubbliche deve farlo in piena trasparenza e fornendo correttamente tutte le informazioni utili alla normale istruzione delle richieste avanzate.

Nel caso di ACR Messina proprio qualche giorno fa, in una prestigiosa location all’interno del Gran Mirci, si è voluto far sapere al mondo che la massa debitoria è andata via, via crescendo fino a raggiungere quasi i tre milioni di euro. Non essendo stato specificato altro si potrebbe intendere che a nulla si è fatto fronte frattanto dopo che si è perfezionata la trattativa per l’acquisizione della società. Società che, tra l’altro, nel chiudere il bilancio al 31/12/2015 vi aveva mantenuto una massa creditoria già manifestatasi come inesistente (vd. Il Bagaglino) e che, pertanto, potrebbe aver maturato una più che consistente perdita di periodo. A questo punto i soci avrebbero dovuto riversare nelle casse sociali una massa di danaro superiore almeno al milione di euro con la quale era lecito attendersi lo smobilizzo, al minimo, delle situazioni debitorie più spinose. Ed invece, pare che, per indurre un noto legale bolognese a ritirare un’istanza di fallimento con udienza già fissata, il debito sia stato solo rateizzato in tre anni con il risultato che continuerà a pesare sul bilancio in formazione.

Di confortante c’è che a seguito di ciò dovrebbe essere stata avviata l’istruttoria prefallimentare con una seria indagine dell’Ufficio del Pubblico Ministero. La qualcosa dovrebbe almeno comportare una seria pulizia del bilancio societario con ingenti versamenti dei soci in conto capitale. Ecco che, almeno da un certo punto di vista, potrebbero intravedersi le condizioni minime per proporre qualcosa all’Amministrazione sempre senza escludere, almeno in partenza, altri potenziali concorrenti. Tutti si ha bisogno di certezze (anche e soprattutto sulle squallide vicende legate al mondo delle scommesse) e, da quello che è stato fatto trasparire, al momento non vi sarebbero garanzie definitive perfino sull’iscrizione al prossimo campionato.

Siamo d’accordo allora che, davanti a problematiche di tale portata, tutto deve essere adeguatamente soppesato salvaguardando al massimo il “Franco Scoglio” e con esso la Città intera?

Giovanni Carabellò